TREVI

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Situata tra Foligno e Spoleto, Trevi si erge sui pendii del monte Serano, arroccata su un colle ricco di uliveti. Chiese, torri e palazzi disegnano il profilo nobile di questo borgo che dai suoi 412 metri di altezza offre uno spettacolo mozzafiato sulla via Flaminia.
Per il notevole patrimonio ambientale, culturale ed artistico fa parte del club de “I Borghi più Belli d’Italia”.
STORIA
Fondata dai Romani, fu un importante centro lungo la via Flaminia e precisamente a Pietrarossa, dati i ritrovamenti archeologici e le fonti scritte. Alla caduta dell’Impero Trevi, già divenuta cristiana per opera del suo vescovo Emiliano (secondo una tradizione storicamente non verificabile del XII secolo), venne occupata dai Longobardi ed inclusa nel Ducato di Spoleto.
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Durante il Medioevo fu assoggettata alla Signoria dei Trinci ed al Ducato di Spoleto. Quest’ultima occupazione portò alla guerra intorno al 1214 in cui la città fu distrutta da parte degli spoletini per volontà del Duca Theopoldo (come riportato negli Annali Ecclesiastici). La reazione dei Trevani, pronti a ricostruire la città, e la loro tenacia ha di fatto ispirato la rievocazione medievale.
L’instabilità politica e militare continuò fino al XVI secolo quando, dopo varie dominazioni (Trinci, Michelotti, Sforza) entrò a far parte dello Stato Pontificio sotto il cui dominio, salvo la parentesi napoleonica, rimase fino al 1860.
ARTE, CULTURA, AMBIENTE

Immersa tra gli ulivi, Trevi è cinta da poderose mura che cingono il centro abitato e riporta numerose testimonianze medievali come porta del Bruscito, porta del Cieco, porta San Fabiano e l’arco del Mostaccio. Dalle mura che recingono il centro storico ci si affaccia direttamente sugli oliveti: la passeggiata è un magnifico viale alberato lungo 800 metri, pianeggiante, con suggestiva visione panoramica della valle sottostante.

Tra gli edifici religiosi più interessanti la chiesa di Sant’Emiliano (intorno XII secolo), con all’interno l‘Altare del Sacramento di Rocco da Vicenza (1522) e affreschi cinquecenteschi attribuiti a maestranze locali. Nel duecentesco convento di San Francesco, con annessa chiesa, ricostruito e decorato nella prima metà del XVII secolo, assieme al Museo della Civiltà dell’ulivo, ha sede la Raccolta d’arte di San Francesco. Il museo, che comprende nel suo percorso anche la chiesa di San Francesco, si articola in due distinte sezioni, quella storico-artistica (pinacoteca) e quella archeologica. La pinacoteca accoglie preziose tavole due-trecentesche di scuola umbra e, oltre alle tele del XVII e XVIII secolo, la pala d’altare con l‘Incoronazione della Vergine eseguita dallo Spagna nel 1522, precedentemente conservata nel quattrocentesco palazzo Comunale.

Nei dintorni da vedere la chiesa della Madonna delle Lacrime, eretta nel 1487 per commemorare l’evento miracoloso, che affreschi dello Spagna e del Perugino. Nella frazione di Bovara si trova l’ulivo più vecchio dell’Umbria, il piantone di Sant’Emiliano, alto 9 metri e che data 1000/1500 anni, dove nel 304, secondo una tradizione, venne legato ed ucciso il santo protettore della città.

Di particolare interesse naturalistico e ambientale è il corso del fiume Clitunno, che scorre nella valle Umbra Sud o spoletina, straordinario per il paesaggio che attraversa e la freschezza e limpidezza delle sue acque.

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Nelle piazze del borgo e lungo le sue ombrose vie, è ancora possibile udire voci di gente che parla senza gridare, che va senza correre. Dalle finestre accostate e dagli usci aperti sulla strada, si può udire il rumore delle stoviglie in cucina o la musica discreta di una radio. Oppure il silenzio.
Sotto al colle scorreva il dio Clitunno, e certo gli dei abitarono qui, circondati da 200 mila ulivi.

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È unica e inconfondibile la forma a chiocciola e raccolta della città che, assecondando la conformazione del colle su cui sorge, ha suscitato lo stupore dei viaggiatori del passato, tra cui Giacomo Leopardi. Trevi, costruita a terrazzamenti concentrici a forma di L nel suo impianto stradale, sembra proprio una chiocciola che conserva intatto il suo cuore antico fatto di pietra, coppi, legno, tonalità delle terre. Il centro è piazza Mazzini, chiusa ad angolo dal palazzo Comunale risalente alla metà del XV secolo con la torre Civica. Da qui, costeggiando palazzo Valenti di Rio Secco (1545), si raggiunge l’ex convento di San Francesco (XIII secolo) oggi trasformato in complesso museale. Al suo interno si trovano la pinacoteca, il Museo Civico, il Museo della Civiltà dell’Ulivo e la Raccolta d’Arte. La chiesa di San Francesco risale al 1262 e fu modificata nel 1354-58 in forme gotiche. Ha un bel portale e l’interno è a abside unica come la grandissima parte delle chiese relative ai Francescani.  Vi è custodito un Crocifisso su tavola d’ispirazione giottesca (inizio XIV secolo), opera di uno sconosciuto artista, ricordato appunto come il Maestro del Crocifisso di Trevi. L’abside di destra contiene il sarcofago  dell’eremita Beato Ventura, morto nel 1310. Usciti dalla chiesa e proseguendo per via Fantosati si raggiunge la medievale porta del Cieco, da cui si risale lungo via Dogali sino a raggiungere in cima al colle la cattedrale di Sant’Emiliano. All’interno spicca l’altare del Sacramento decorato da Rocco di Tommaso, meglio noto come maestro Rocco da Vicenza nel 1522. Tornati a Porta del Cieco, si volta a sinistra per guadagnare piazza Garibaldi, recentemente rimaneggiata, e da lì raggiungere la panoramica “promenade” di viale Ciuffelli, ombreggiata da alberi secolari per circa un km, che unisce il centro al convento francescano di San Martino (1470 circa in sostituzione dell’antichissima chiesa di San Martino, già attestata nel 1235 e anticamente pieve di Trevi prima dell’assurgere di Sant’Emiliano come chiesa principale del centro) dove si trova una cappella affrescata dallo Spagna (inizi del XVI). Scendendo invece da Trevi verso la via Flaminia in direzione sud, si incontra il rinascimentale santuario della Madonna delle Lagrime, con un bel portale a bassorilievi (Maestranze Venete, 1490-95 circa).
L’interno, a croce latina, conserva i monumenti sepolcrali della famiglia Valenti e nel secondo altare a destra, l’ultima opera del Perugino, L’Adorazione dei Re Magi con i Santi Pietro e Paolo (1521). Scendendo nuovamente per via Dogali, si attraversa l’arco di Mostaccio, un’antica porta nella cerchia delle mura che fu ricostruita intorno ai decenni centrali del XIII secolo, epoca alla quale appartengono l’arco ogivale e la bifora. Le case ai due lati della via sono tutte d’impianto medioevale. Molti sono i palazzi, costruiti tra XV e XVIII secolo, come Villa Fabbri o Fabri (a partire dal 1597), che conferiscono a Trevi la sua particolare atmosfera. Prima di lasciare il borgo merita una visita il teatro Clitunno, della seconda metà del XIX secolo, con un prezioso sipario del Bruschi.

ULTERIORI DETTAGLI SU VILLA FABRI:

Sicuramente da Visitare l’incantevole Villa Fabri: La splendida villa  fu costruita dalle fondamenta sul finire del Cinquecento e inaugurata nel 1603 da Girolamo Fabri “per  sollievo della sua vecchiaia, a gioia dei posteri e del paese, con ampia vista sulla amena valle spoletana, in vicinanza della Città di Trevi, circondata da ogni parte da grandi alberi e ridente giardino”. 

Nel 1638 passò per successione ai figli di Girolamo. Nel 1633 fu venduta a Luca Venturini. Nel 1676 fu acquisita dagli Onori-Roncalli di Foligno; nel 1742 dai  Carrara di Terni (poi Carrara-Rodiani), dai quali passò, per matrimonio, ai conti della Porta di Roma.

Nel 1891 Mons. Giuseppe Giovanni Hais, Vescovo di Hradec Kralove, l’acquistò per il Collegio Boemo in Roma, e l’ampliò con la costruzione dell’ala destra. Dagli anni Quaranta del Novecento fino al 1988 ospitò, nel periodo estivo, il Pontificio Collegio Etiopico. Fu poi venduta a privati e da questi è passata al Comune di Trevi.

Lo storico Durastante Natalucci, trevano, già dal 1745, la diceva “vagamente dipinta nelle volte delle sue stanze da finissima mano creduta da alcuni del Zuccari e del Baroccio, da altri del Salimbene”.

La Villa presenta nei soffitti delle sale del piano nobile una notevole decorazione ad affresco, ben conservata in tutta la sua vastità, della prima metà  del secolo XVII.

Nell’atrio è rappresentata, al centro della volta, la Gloria con la scritta: “Invidiam calco et fortunam supero” (Schiaccio l’invidia e conquisto la fortuna).

Negli spicchi sono rappresentate le figure allegoriche delle quattro stagioni con i propri segni zodiacali, racchiusi in tondi.  Nelle lunette vedute di ameni paesaggi.

Nella prima sala, la più ampia, in una finta porta è dipinto un personaggio in atto di affacciarsi, nella volta, scene del Vecchio Testamento: il giudizio di Salomone; Giuseppe sfugge alle seduzioni della moglie di Putifarre; Susanna tentata dai vecchi; Sansone tradito da Dalila; David guarda Betsabea. Le scene sono tutte incorniciate, e al di sotto spiccano, tra palme e corone, le figure allegoriche di virtù: Concordia, Tranquillitas, Magnificentia, Liberalitas, Nobilitas, Prudentia, Pax, Amicizia, con gli stemmi di alcune famiglie che ebbero in possesso la Villa e di famiglie congiunte.

Nella sala, che segue a destra, al centro della volta è dipinta la Religione, e nei quattro lati l’Arte Militare, la Letteratura, la Caccia e il Matrimonio.

La sala successiva reca le storie del profeta Daniele; il banchetto di Baldassàr; il Profeta smaschera i sacerdoti di Bel; il Profeta nella fossa dei leoni e il Profeta Abacuc trasportato dall’Angelo con il cibo in mano; i Persecutori del Profeta sbranati dai leoni.

Nelle sale a sinistra dell’ingresso: la prima ha nel riquadro centrale della volta San Paolo I eremita; nei quadri laterali: i SS. Antonio, Macario, Onofrio e Girolamo con l’elogio delle loro gesta; e le figure allegoriche della Continenza, Verginità, Parsimonia, Povertà, Carità, Vigilanza, Fedeltà, Affabilità, con i puttini che sorreggono stemmi cardinalizi, tra cui quello del card. Ermino Valenti.

La sala successiva, ovale, ha nel centro della volta uno sfondo architettonico con le SS. in gloria Maddalena, Maria Egiziaca, Sofronia e Dimpna in gloria: ai lati sono raffigurate le scene di vita delle stesse sante.

Il Collegio Boemo ha lasciato, nella facciata principale della Villa, graffiti monocromi di Praga e di altre cinque città della Boemia, e la cappella riccamente dipinta; nell’abside sono raffigurati i santi della Boemia, tra cui al centro San Venceslao, martire, patrono della Repubblica Ceca e della Boemia.

La decorazione esterna dell’edificio e del luogo di culto è stata realizzata, tra il 1912 e il 1914, dagli artisti B. Cila e Pantaleone Mayor. Quest’ultimo monaco benedettino del Monastero di Praga, seguace della Scuola del Beuron, movimento artistico fiorito in Svezia, grazie a Peter Lenz, monaco benedettino con il nome di Dom Desiderio, nella seconda metà del XIX, che Giovanni Battista Montini (Paolo VI)  in un saggio sul periodico “Studium” del gennaio 1929, definì: ”una delle correnti meglio definite dell’arte sacra contemporanea.  Essa è arte religiosa pura”.

La decorazione della Cappella dei Boemi costituisce in Italia, dopo la Cripta di Montecassino, il secondo lavoro più importante della scuola di Beuron.

La scuola artistica benedettina di Beuron getterà ponti verso l’art nouveau e la modernità.

La Villa, oggi sede dell’Ufficio Turistico comunale, dell’Associazione Regionale Strada dell’Olio extravergine di Oliva Dop Umbria e della Fondazione Villa Fabri, è utilizzata dall’Ente comunale come straordinario contenitore per iniziative culturali oltre che luogo di pace posto in una suggestiva posizione in grado di offrire ottime suggestioni panoramiche.

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PRODOTTI TIPICI

Eccellente prodotto del luogo è l’olio extravergine di oliva, uno dei migliori d’Italia (alcuni dicono del mondo). Altra prelibatezza del territorio è il saporito sedano nero di Trevi, dal cuore polposo e tenero. Nella tradizione di Trevi si vuole che la messa a dimora dei piccolissimi semi neri di sedano avvenga nel giorno della vigilia della Pasqua e che vengano lasciati a germogliare fino a quando la pianta non raggiunge l’altezza di trenta centimetri. Da questo momento e con estrema cura si effettua un progressivo rincalzo (ancora oggi per gran parte manuale) che permette di avere subito dopo l’estate larghe coste dal colore e profumo intenso e coinvolgente. Il sedano nero di Trevi, coltivato in zona fin dal XVII secolo, è uno dei sei Presidi Slow Food della regione.

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